Morchio “Il mio investigatore
simbolo del precariato assoluto”

Ci voleva un nuovo investigatore per far vincere il Premio Giorgio Scerbanenco a Bruno Morchio. Lo scrittore genovese, classe 1954, è il vincitore di quest’anno, nell’ambito del Noir in Festival a Milano.
Il noir che ha portato alla vittoria Morchio è la prima indagine di Mariolino Migliaccio,
Lafine è ignota (Rizzoli). Un investigatore privato che ha poco più di trent’anni, non
possiede né la licenza né un ufficio, riceve i clienti in un bar dei carruggi genovesi ed è
sempre in rosso da quando sua madre, che faceva la prostituta, è stata uccisa. In
questa trama, pur di lavorare, accetta di ritrovare per conto di un boss una delle
prostitute del criminale.
Morchio, si aspettava di vincere?
Ero in finale per la quarta volta. Avevo avuto una menzione speciale. Se non me l’avessero dato quest’anno, sarebbero stati sadici. Sono molto contento di questo premio. L’anno scorso ha vinto Enrico Pandiani. Siamo i due autori che hanno
inaugurato la collana Nero Rizzoli. Ma ho un piccolo rammarico: avrei voluto vincere
con il mio personaggio seriale storico, Bacci Pagano, dopo quindici romanzi su di lui».
Quanto si sente Scerbanenco?
Sono vicino alla sua concezione di noir. Scerbanenco ha stravolto il cliché del giallo
e del poliziesco classico. Ha introdotto elementi di approfondimento delle
relazioni personali nelle indagini. Il grande pericolo di questo genere letterario, oggi, è
quello di vivere di cliché in funzione dell’evasione. I romanzi di Scerbanenco, invece, sono drammaticamente forti, coinvolgenti. Il protagonista entra nell’indagine fino al collo, si lacera nell’indagine».
Come fanno i suoi investigatori.
Bacci è tornato da poco in libreria. È un figlio di Marlowe e del boom economico. Si muove in una Genova che ama, solare, ventosa, che gli è stata madre, che gli ha dato tanto, nonostante tutto. Mariolino Migliaccio è figlio di una prostituta assassinata quando lui aveva diciotto anni. Vive in una pensione di infimo ordine. È indietro con l’affitto. Vive ai margini. È fi
simbolo di una condizione giovanile di precariato assoluto. Dal punto di vista letterario, m’interessava lavorare su un investigatore che non è tutto bianco o nero».
Anticipiamo com’è la Genova di questo libro?
È una Genova vista dal basso, non dall’alt come nel caso di Bacci. Penso all’episodio del gabbiano che attacca e cerca di mangiare un piccione, che racconto in un passaggio. Per Mariolino Genova è matrigna, non gli ha offerto nulla. Lotta con le unghie e con i denti per trovare un posto nel mondo. Ha fame di tutto: ricchezza, cibo, amore. È una Genova bella e dolorosa. È bella, ma non offre niente ai giovani».
Spoileriamo anche i punti di forza di questo personaggio?
Il fiuto, l’intuito. Ce la fa con la forza della disperazione ed è capace di leggere
l’anima degli altri. Il segreto di un giallo perfetto è portare nella pagina pezzi di
realtà sociale, psicologica, le relazioni. Più un giallo riesce a portare nella pagina
verità, più è perfetto. E rimettersi in gioco, come dimostra il mio caso».
Quale storia nera ambienterebbe a Milano?
Parlerei di sanità privata. L’ho vissuta un po’ e mi sembra che sia uno degli aspetti più controversi della città. Se dovessimo indagare sui lati oscuri di Milano, lì li troveremmo».