LA GENOVA DI BRUNO MORCHIO
di Gabriele Scaramuzza

Passeggiando la scorsa settimana nel sempre affascinante centro antico di Genova, Tiziana Canfori mi ha fatto scoprire la libreria di via del Campo in cui è di casa Fabrizio De André con tutti i cantautori genovesi. Qui ho casualmente scoperto un libro di Bruno Morchio di cui neppure sospettavo l’esistenza: Nel cuore di Genova. Viaggio nella città di Bacci Pagano, con fotografie di Patrizia Traverso e Gianni Ansaldi (Canneto editore, Genova 2022). L’ho subito preso, attratto dalle fotografie e dalle didascalie ad esse apposte: brevi parole, tratte tutte dalle opere di Morchio pubblicate entro il 2022. In esse ripercorre i luoghi frequentati nelle sue scorribande da Bacci Pagano, il noto protagonista dei romanzi di Morchio, tutti ambientati a Genova e dintorni. Le fotografie sono molto belle, anche se non sempre belli sono i luoghi che ritraggono, anche a Genova la speculazione edilizia non ha mancato di lasciare segni. Nell’Introduzione leggiamo che la “fortuna letteraria” di Bacci Pagano “è profondamente compenetrata con la città, con la sua geografia e la sua memoria, le sue bellezze e le sue magagne”, con scorci incantevoli e anfratti da dimenticare.
Per forza di cose non è presente in Nel cuore di Genova alcun rinvio a Le ombre della sera. Un’indagine senza capo né coda, che Morchio ha pubblicato da Garzanti nel 2023. Questo “romanzo” (così è indicato nella copertina), è in realtà assai variegato, di difficile catalogazione; non tenterò dunque di raccontarlo, neppure per sommi capi: davvero la vicenda, come il titolo stesso forse ironicamente dice, è “senza capo né coda”. Qui Morchio persegue con maggior determinazione quell’erosione dall’interno di un genere (noir, giallo, thriller…), già rasentata in alcune tra le sue opere più recenti. L’enigmatico esergo, di Le ombre della sera – “A tutti/e quelli/e che ho smarrito per strada” – già a suo modo lo segnala. Semplicemente, che sia un “romanzo” è ben probabile; a tutta evidenza non è un giallo, la stessa conclusione problematica, e non provata, lo esclude. Mi soffermerò solo su pochi punti, sparsi, che più mi hanno coinvolto. Neppure questa mia segnalazione, del resto, può essere una plausibile recensione: raccolgo solo qualche notazione sparsa. La prima riguarda certa insistita presenza di affermazioni che non saprei definire se non come “filosofiche” (esistenziali, o relative a personali visioni del mondo), evidenti nei dialoghi con Giulia e ritornanti qua e là; mai svolte ovviamente in modo sistematico.
Non mancano sottili notazioni psicologiche (la psicologia è stata il lavoro cui Morchio si è a lungo dedicato). E soprattutto socio-politiche: “La gara era aspra e in palio c’era la palma della radicalità rivoluzionaria, tant’è che riformista e socialdemocratico suonavano come i peggiori insulti che si potessero affibbiare a un militante della sinistra, alludendo a una condizione che assommava malafede, mancanza di coraggio e stupidità”, è un’affermazione che trova un perfetto riscontro nei miei ricordi degli anni Settanta, nello specifico padovani. Da condividere è che “era arrivato il tempo in cui anche i figli degli operai” potevano ambire “a frequentare il liceo e l’università”.
Tra gli scrittori citati segnalo Dostoevskij (già nel nome di Aglaja, ma anche nel rinvio soprattutto ai Karamazov). Ci accomuna forse una spiccata preferenza per lui tra i grandi scrittori russi. Ricorrente è poi, più di altri, Patrick Modiano, in particolare Via delle Botteghe Oscure.

Fonte: libertariam.blogspot.com